Prezzi laptop in forte aumento nel 2026, ma Apple può limitare i danni

Nel 2026 i prezzi dei laptop potrebbero salire fino al 40% a causa di RAM, SSD e CPU più costosi. E Apple?

Il 2026 rischia di diventare un anno complicato per chi deve comprare un nuovo notebook. Nelle ultime ore sono emerse nuove analisi che descrivono uno scenario piuttosto chiaro: il costo dei componenti sta salendo e questo potrebbe tradursi in rincari molto pesanti sui laptop tradizionali.

In alcuni casi si parla addirittura di un possibile aumento vicino al 40% per i modelli più venduti. E in questo quadro Apple sembra trovarsi in una posizione più favorevole rispetto a gran parte del mercato PC.

L’aumento dei prezzi riguarda direttamente memoria DRAM, SSD e processori. Quando questi tre elementi iniziano a pesare molto di più sul costo finale di un portatile, i produttori hanno solo due strade. Assorbire il colpo riducendo i margini, oppure scaricarlo sul prezzo al pubblico. Ed è facile intuire quale delle due opzioni verrà scelta da molti brand nei prossimi mesi.

Secondo le analisi circolate in queste ore, un notebook da circa 900 dollari potrebbe superare con relativa facilità la soglia dei 1.200 dollari se i produttori vorranno mantenere una marginalità simile a quella attuale. La ragione è semplice. DRAM e SSD, che di solito rappresentano una parte importante ma gestibile del costo industriale, oggi stanno pesando molto di più rispetto al passato. In alcuni scenari, la sola combinazione tra memoria e storage è arrivata a incidere oltre il 30% in un portatile, contro livelli che in passato erano molto più contenuti.

Il motivo?

La corsa all’intelligenza artificiale sta spostando investimenti, capacità produttiva e priorità industriali verso prodotti ad altissimo margine, come HBM, DRAM per server ed SSD enterprise. In pratica, i grandi produttori di memoria stanno guardando sempre più ai data center e sempre meno al mercato consumer classico. Il risultato è una tensione crescente sull’offerta destinata a notebook e PC tradizionali, con listini che continuano a muoversi verso l’alto.

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche il lato CPU. Intel, secondo le ricostruzioni diffuse dal settore, ha già ritoccato i prezzi di alcune piattaforme entry level e di vecchia generazione, con altri aumenti previsti per le fasce successive. Se si somma l’effetto della memoria con quello dei processori, il peso complessivo dei componenti chiave cresce in modo evidente e rende sempre più difficile tenere bassi i prezzi dei notebook Windows più diffusi.

Perché Apple in questo scenario parte da una posizione migliore

Apple non vive in un mondo separato e anche i Mac devono fare i conti con RAM e NAND più costose. Però c’è una differenza che oggi conta più di prima. L’azienda produce in casa i propri chip e non dipende dalle oscillazioni commerciali di Intel per la parte centrale della piattaforma. Questo non significa costi fermi o immunità assoluta, ma vuol dire una cosa molto concreta: Apple controlla una porzione più ampia della filiera e può pianificare con maggiore precisione.

Il nuovo MacBook Neo è l’esempio più immediato di questa strategia. Apple lo ha presentato come il portatile più accessibile della gamma, con un prezzo di partenza di 599 dollari negli Stati Uniti e 699 euro in Italia. In un momento in cui il resto del mercato rischia di dover ritoccare i listini al rialzo, l’esistenza stessa di un MacBook così aggressivo sul prezzo cambia la percezione dell’intera lineup. Non è solo una questione commerciale. È anche un segnale di forza sulla capacità di tenere sotto controllo il prodotto in un momento in cui molte aziende faticano persino a mantenere una configurazione stabile nel tempo.

Anche il nuovo MacBook Air con chip M5 conferma questa linea. Apple ha aumentato la dotazione di archiviazione base a 512GB sui nuovi modelli, e in Italia il MacBook Air 13 pollici parte da 1.249 euro, mentre il 15 pollici da 1.549 euro. Sono prezzi tutt’altro che popolari, ma il messaggio è chiaro: Apple sta cercando di giustificare meglio ogni eventuale ritocco, spingendo su configurazioni iniziali più grandi.

Pensare che Apple sia al riparo da tutto sarebbe però sbagliato. Negli ultimi giorni è emerso un dettaglio che racconta perfettamente quanto la pressione sul mercato della memoria sia reale anche per l’azienda di TIm Cook. Sul Mac Studio con M3 Ultra è scomparsa l’opzione da 512GB di memoria unificata, mentre l’upgrade da 96GB a 256GB ha subito un aumento di prezzo. È un segnale molto concreto, perché mostra che quando la disponibilità di moduli ad alta densità si restringe o diventa meno conveniente, anche Apple preferisce ricalibrare l’offerta piuttosto che assorbire integralmente il colpo.

Il mercato PC rischia una fase molto delicata

Per i produttori tradizionali il problema rischia di essere ancora più pesante. Chi dipende da fornitori esterni sia per la CPU sia per memoria e storage, e allo stesso tempo non ha la stessa forza contrattuale di Apple o dei brand più grandi, potrebbe trovarsi in una morsa difficile da gestire. Da una parte ci sono costi in salita. Dall’altra c’è un consumatore che, dopo anni di inflazione e rincari in tanti settori, è sempre meno disposto ad accettare aumenti senza un miglioramento evidente dell’esperienza d’uso.

TrendForce ha sottolineato che i marchi di prima fascia, cioè quelli con rapporti consolidati con i fornitori e maggiore volume d’acquisto, sono messi meglio degli altri per assorbire questa fase. Ed è qui che Apple torna centrale. Nel momento in cui il settore notebook entra in una zona di pressione sui margini, conta tantissimo la capacità di negoziare, programmare e distribuire il rischio su una filiera ampia. N

on è detto che i Mac diventino improvvisamente economici, ma è più realistico immaginare una tenuta maggiore rispetto a molti concorrenti che vivono di promozioni aggressive e margini già molto stretti.

Prodotti consigliati

In qualità di Affiliato Amazon, iPhoneItalia riceve un guadagno dagli acquisti idonei.
Offerte Amazon di oggi